Nick Drake ha pubblicato solo 3 album
Five Leaves Left,
Bryter later
Pink moon
e un'antologia postuma
Time of no reply
da un articolo su Il Foglio 27 06 06
Un lettore mi chiede dettagli su José Gonzalez, colpito dalle assonanze tra questo musicista e un cantautore britannico morto suicida la quisquilia di 32 anni fa – Nick Drake – già, l’inaffondabile Nick Drake. Dal momento che di costui ho seguito le vicende artistiche e biografiche, in vita e post mortem, qualcosa dirò. Perché, in sostanza, Drake si tolse la vita (o morì ingerendo per sbaglio un numero eccessivo di psicofarmaci) al culmine di una terribile depressione provocata dall’insuccesso della sua musica. Scomparve, ignorato o già dimenticato, nel 1974 e per anni fu una ristrettissima cerchia di ammiratori a coltivarne la memoria e a consumare le tracce di quella sua scheletrica produzione – tre album e qualche outtakes. Un culto sotterraneo, affettuoso e intenso, che portò alcuni a risalire fino al centro dell’Inghilterra al villaggio chiamato Tanworth, vicino Birmingham, dove Nick aveva trascorso la sua intera esistenza, fatta salva la turbolenta e dolorosa parentesi londinese. Poi, sul finire degli anni Ottanta, succede qualcosa. Qualcosa che poco a poco si gonfia a dismisura, diventa un fenomeno, prima musicale e poi addirittura di costume. E’ stato un evento strisciante, trasversale, stranissimo: con un quarto di secolo di ritardo, il mondo s’accorge che Nick Drake è stato – e ancora era, data l’alchemica dote di contemporaneità dei suoi dischi – uno dei cantautori indispensabili, la voce più pura ed elegante espressa dalla musica acustica inglese, un interprete raffinatissimo, un cantante inimitabile, un chitarrista innovativo, un poeta capace di assurgere a vette keatsiane.
Hanno cominciato i migliori autori della new wave, da Paul Weller a Edwyn Collins, a nominare il suo nome come l’influenza seminale, quella irrinunciabile. Subito hanno preso a far loro eco i colleghi d’oltreoceano, gli allora nascenti astri di Jeff Buckley e Elliott Smith e cento altri: tutti pronti a dire che se loro erano diventati così, se c’era una musica che li aveva formati, era stata quella del grande Nick, fratello maggiore, padre putativo, modello archetipo. La stampa si è adeguata: d’un tratto in qualsiasi recensione di artista acustico, di cantautore sognante e malinconico, di band dai suoni rarefatti, ha preso a ricorrere l’evocazione: “Se un paragone è possibile, è con Nick Drake”.
Un’epidemia, a tratti irritante, vista la brutta fine, e le relative motivazioni, del nostro eroe. Ma così va il mondo, e a Nick non sarebbe mica dispiaciuto. Poi sono arrivate gli spot e le colonne sonore dei film, tutti in fila a ripescare le canzoni di Drake, a riusarle nei contesti più improbabili, a saccheggiarne il potere evocativo, il déplacement. Poco a poco, noi della prima ora ci siamo abituati alla seconda vita di Nick – chi mai l’avrebbe detto? Ci ha un po’ disgustato la banalizzazione, ma ci ha commosso l’ammissione popolare di valore e ci ha fatto piacere sentire che alla fine la sua musica, rimane in sospensione, è luogo comune, un classico accertato, qualcosa che non morirà più. Naturalmente col tempo si sono moltiplicati gli epigoni, quelli rei confessi in condizione di transfert e quelli che non riuscivano a sottrarsi alla rete armonica, alle strane progressioni, al gusto della dissonanza e della ricomposizione sancito da Nick. Sono dozzine, sparsi per il mondo e a ciascuno il suo (a me, personalmente, nessuno – perché, purista rompiballe, colgo sempre la nota sbagliata, la sbavatura, l’eccesso di zelo, la furbata). All’elenco si aggiunge il citato José Gonzalez, 28 anni, svedese con sangue argentino, un album cult intitolato “Veneer”, di realizzazione semidomestica, che ripercorre con fedele adesione l’utilizzo del fingerpicking e delle variazioni melodiche e percussive a suo tempo adottate da Drake – ma con ben altra leggerezza e lungimiranza. Ciò non toglie che il disco di Gonzalez sia gradevole, con la sua atmosfera di casalinghitudine triste, in eccesso di elucubrazione e con l’urgenza di descrivere il proprio sconcerto nel vivere. Piacevole, un po’ innervosente. Perché Nick aveva messo a punto formule che restano inaccessibili. Questo è accertato. Anche se ci siamo adattati a stringerci, in quest’affollato consesso di novelli estimatori del suo mondo di velluti e rolling virginia.
A proposito di culto e di perenne celebrazione.
Arriva l’annuncio che il 2 luglio a Villa Pamphili (Roma)si terrà “Way To Blue”, serata omaggio dei musicisti italiani a Drake, con la partecipazione di nomi di valore della nostra musica d’autore come Roberto Angelini/ Rodrigo D’Erasmo, Giulio Casale, Marco Fabi, Marco Parente, Pino Marino.
Tutti insieme a ricantare le canzoni di Nick sotto la luna. Ormai è lui quello da invocare, è lui il martire nell’immaginetta. Poi non venite a dirmi che le cose non cambiano e che, mentre il tempo passa, non si finisce per essere testimoni di eventi che mai, neppure alle porte di Tannhauser, avremmo creduto di vedere.
Stefano Pistolini
«Io ne ho viste cose che vuoi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione... e ho visto i raggi β balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»
(Roy Batty) Blade Runner




