di A Berni il dom set 21, 2008 11:53 pm
Dopo l'esibizione abbreviata del Meeting, ho assitito al concerto di Bresso del 12 settembre che ha mostrato tutto il Van De Sfroos dei racconti, delle storie popolari, dei ritratti dei personaggi e delle situazioni di vita. Bel concerto, un passo in avanti sulla strada dell'essenzialità espressiva (un giorno forse arriverà a poter fare a meno di quel pur divertente citazionismo giocato in un misto tra passione ed ironia ma in fin dei conti retorico).
L'essenzialità e la sintesi è una tappa percorsa magistralmente dall'ultimo album rappresentato adeguatamente anche in questa sede, pur con l'omissione del gioiso acquarello di "La Terza Onda". A circa sei mesi dalla pubblicazione si può dire che ci troviamo senz'altro di fronte al lavoro musicale più completo dell'anno (o comunque ad uno dei più interessanti) nel quale forse per la prima volta il musicista comasco ha saputo rappresentare un quadro sintetico ideale delle esperienze musicali vissute e fin qui percorse.
Laddove il referente principale dello stile maturato in precedenza si attestava sulle coordinate di certo folk irlandese e celtico mediato dalla popolana tenacia della espressione alto lombarda con più rare incursioni in suggestioni etniche tra Sardegna e reggae, il bel lavoro di quest'anno sviluppa e modella in maniera coerente e persuasiva l'amore vissuto per le sonorità e le armonie folk-rock americane, per l'affresco elegiaco e persino per il fiabesco di impronta più epica. Nel primo caso il frutto più importante si svela nelle ariose e ben giocate soluzioni armoniche delle spigliate "New Orleans" (di scuola Tom Petty), "Il Minatore di Frontale" e "Il Costruttore di Motoscafi", nel secondo caso, nell'epopea dei tre marginali diseredati della splendida "40 Pass", delle pensose "Loena de Picch" e "Retha Mazur" e nel terzo caso nella saga a la signore degli anelli di "Il Cavaliere Senza Morte".
A far da incastro e denominatore la rilettura e ridefinizione del canzoniere di impronta festosa che, ancora tra richiami popolari americani, trova la sua emanazione più entusasmante nella strepitosa narrazione paesaggisitca di "Lo Sciamano", nel tripudio di colori di "La Terza Onda " e nella più classica accelerata danza campagnola di "Fil De Ferr" (che rieccheggia l'umore delle ballate di sapore liberatorio tra festa e fiaba popolare quali "La Balera", "La Curiera"), e infine l'ironia iterativa ma sagace del ritratto del belloccio sbruffone di paese dell' "Alain Delon de Lenn".
Dulcis in fundo una band ragguardevole e affiatata che si snoda tra il consueto ottimo Persico, ora branduardiano ora lirico, il ben centrato esperto hammondista Papadia e la vivace e sensuale con ironia vocalist Zoncada.
A.B.