La rappresentazione del nulla

Teatro, mostre, artisti, pittura, scultura, architettura, fotografia...

La rappresentazione del nulla

Messaggiodi cri il mar set 15, 2009 2:19 pm

Vi propongo l'intervista fatta a Beatrice Buscaroli che, tra l'altro, ha curato il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2009.
L'idea che l'arte, nello specifico quella figurativa, oggi non abbia nulla a che fare con la gente "normale" mi pare sia assolutamente condivisibile.
In assoluto il tempo che viene dedicato ad essa, attraverso la visita a Musei, Collezioni, Gallerie d'Arte, visione di Cataloghi e riviste, è quasi pari allo zero soprattutto quando si tratta di arte contemporanea, praticamente sconosciuta e incomprensibile ai più.

Che un qualsiasi quadro di Caravaggio, per esempio, ci piaccia, mentre una qualsiasi opera di Duchamp no è facilmente spiegabile dal fatto che il primo lo comprendiamo immediatamente, il secondo ci lascia quantomeno perplessi.

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Caravaggio, L'incredulità di San Tommaso 1601

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Marcel Duchamp, Fontana 1917


La domanda che mi faccio, e alla quale secondo me la Buscaroli non risponde, è: quale compito ha oggi l'arte figurativa? quale messaggio può (deve?) contribuire a diffondere?
Lei conclude dicendo che occorre "ripartire da capo", cioè? Rispiegando cosa sono i cerchi sulla testa delle persone (l'esempio che fa lei) o attualizzando le nostri radici? Ma come?


da sussidiario.net di martedì 15 settembre 2009
    La rappresentazione del nulla, quel linguaggio figurativo che piace solo ai critici
    Intervista a Beatrice Buscaroli

    Mostre sul Futurismo, biennali, gallerie, rane crocifisse o tenute in mano da ragazzini di plastica, cadaveri impiccati nei parchi di Milano (sono marionette), auto nuove schiacciate da imponenti massi nel centro di Berlino e via dicendo. Qualcuno le chiama opere d’arte, altri le apostrofano con il titolo meno nobile di fesserie. Intanto le librerie straripano di volumi di critica d’arte, cataloghi, recensioni farcite di termini spesso incomprensibili. Ma quanto di tutto ciò incide sulla vita quotidiana? Quale influenza reale ha l’arte figurativa contemporanea sugli uomini contemporanei? E soprattutto in che misura questi ultimi possono accedere al mondo sempre più esoterico ed ermetico dell’arte figurativa attuale? Abbiamo posto questi interrogativi alla critica d’arte Beatrice Buscaroli che, fra molte perplessità, dà un giudizio sull’attuale stato delle cose proponendo un ritorno alla comprensione collettiva.

    Che nesso c’è fra l’arte contemporanea e la conoscenza o la rappresentazione della realtà?
    Se per quanto riguarda l’arte e la storia dell’arte si può parlare tranquillamente di “avventura della conoscenza” non sono molto convinta che in quest’ultimo secolo le conquiste dell’arte si possano considerare “conoscenza” oppure il contrario. È interessante l’idea di porsi il problema sebbene sia una questione pressoché infinita il risolverlo. Personalmente credo che l’arte contemporanea, l’arte attuale sia oggetto di una grossa problematicità che rende necessario l’uso di più interpretazioni. Non penso quindi che in questi anni, nel secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle l’arte possa essere fonte di conoscenza, piuttosto rappresentazione del dubbio. Ben inteso, penso che esistano dei momenti storici nei quali le arti abbiano bisogno di silenzio e riflessione su di sé. Credo che noi ci troviamo nel pieno di uno di questi momenti. L’arte figurativa è in un grande periodo di silenzio.

    A quali cause attribuisce questo “silenzio” dell’arte di cui parla?
    Il problema deriva da molto lontano, ma sorge realmente nell’Ottocento, quando per la prima volta il pubblico si separa dall’opera d’arte. È quanto accade con l’Impressionismo.
    L’analisi di Ardon Hauser, che peraltro è uno storico sociale che ha scritto un importante saggio, appunto la “Storia Sociale dell’Arte”, sembra anticipare un sacco di atteggiamenti artistici che poi si sono puntualmente verificati, sia nel primo novecento sia adesso. Hauser parte dall’idea che con l’Impressionismo il pubblico non riesca più ad agire direttamente, interagire o intendersi con l’artista e abbia per questo bisogno di una figura di mediazione, il critico. Non a caso la cosiddetta critica d’arte militante nasce alla fine dell’Ottocento. Questa “secessione” è stata poi ribadita con le avanguardie sebbene quest’ultime mantenessero anche una parte rumorosamente folcloristica. Ad esempio i futuristi italiani o i dadaisti in Francia potevano in un certo senso blandire ancora il pubblico, divertirlo, allettarlo. Ma con l’avanzare del Novecento grandissima parte della produzione artistica comincia a separarsi dalla comprensione della gente.

    Si potrebbe obiettare che la comprensione della gente non è l’obiettivo dell’arte.
    Però va detto anche che lo è sempre stato. E anche senza entrare nella favola bella della Biblia Pauperum. In fondo per secoli e secoli il linguaggio figurativo è stato quello che univa i popoli occidentali. Gli spagnoli al Messico, per esempio. Se uno spettatore dovesse contemplare una chiesa barocca messicana capirebbe al volo come la stessa sensibilità di un contadino messicano coincidesse con quella di un collega spagnolo. Il Novecento ha distrutto tutto questo, non so dire se è un bene o se è un male, fatto sta che è un fatto.

    Che cosa non la convince dunque?
    La contraddizione intrinseca in questo modo di pensare. È noto che certe opere d’arte alla Biennale di Venezia, un palcoscenico fra i più importanti del mondo se non il più importante, non vennero (e talvolta anche oggi non vengono) interpretate come tali dalla gente “normale”, dai “non addetti ai lavori”. Un esempio è la famosa “Porta” di Marcel Duchamp che venne ridipinta da alcuni solerti operai durante l’allestimento. Questo che noi oggi consideriamo una specie di aneddoto fu il principio. Fu voluto nel momento in cui gli artisti riprodussero oggetti d’arte non considerandoli a loro volta tali. È stato questo secolo di “servi”, com’è stato il Novecento, a considerare queste come opere d’arte reinserendole nel meccanismo produttivo di: opera d’arte-museo-installazione-valore-soldi-prezzo.

    Quindi il mercato ha trasformato un gesto eversivo in qualcosa di catalogabile?
    Certo. Nel momento in cui Malevich dipinge il “quadrato nero” volendo azzerare la pittura e Duchamp porta gli oggetti di uso comune nei musei volendo azzerare la “musealizzazione”, essi compiono dei veri gesti eversivi. È stato il Novecento che poi si è ripiegato su se stesso e ha come re inglobato tutto questo all’interno del sistema normale. Questo per me è il paradosso.

    Le conseguenze quali sono?
    Nel fatto che oramai i critici o i maitre à penser predichino cose sull’arte che comunque non vengono praticate dagli artisti stessi. L’esclusione della pittura da tante mostre internazionali degli ultimi 10-15 anni è un fatto. Però la realtà vera della pittura che gira nei circuiti minori fa capire che qualcosa non va, i dati non tornano. L’arte autentica sta uscendo dai circuiti ufficiali con il paradosso che questi sponsorizzano un’arte sedicente “alternativa”. Penso che su questo almeno i giovani debbano cominciare a ragionare.
    Non possiamo più subire un sistema negativo e nichilista che non ci appartiene senza neanche criticarlo.

    Come si può ridestare un sentire comune dell’arte?
    Noi studiosi molte volte sottovalutiamo la vera forza della Biblia Pauperum. Il fatto che nel ’300 un contadino spagnolo potesse identificare nel “santo con il maiale” sant’ Antonio denota la vera appartenenza a una comunità e l’autentica relazione fra arte e spettatore. Questa era la vera Europa, non l’Europa finta di adesso. Oggi nei corsi universitari occorre spiegare che il cerchio intorno alla testa dei santi si chiama aureola. Che radici rimangono della nostra cultura?
    A mio avviso occorre ripartire da capo, ricominciare tutto. Dobbiamo tornare almeno a intenderci di nuovo sul linguaggio figurativo comune e su una conoscenza diffusa e sentita delle sue origini.
"Se Dio ti chiama, bambina mia, se Dio ha dei progetti su di te, le vie di Dio sono insondabili, e le intenzioni di Dio sono segrete; i progetti di Dio sono eterni, i progetti di Dio sono infiniti, i progetti di Dio sono straordinari; se Dio ti chiama, se Dio ha delle intenzioni su di te, tu non troverai mai riposo, il pane quotidiano del riposo, il riposo come gli altri, il riposo di tutti, il riposo su questa terra".
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Re: La rappresentazione del nulla

Messaggiodi gomez il ven set 18, 2009 9:43 pm

ciao e grazie per l'articolone.
ho cercato di leggere l'intervista tenendo presente le tue domande e mi è venuta in mente una cosa che un giorno disse un mio amico, cioè che l'arte (si parlava però della musica) esprime quello che la cultura è in quel momento.
esprime cioè la risposta o le risposte, che l'uomo contemporaneo dà alle proprie domande, e quindi la modalità con cui affronta la vita, la realtà.
la musica dodecafonica rappresenta forse meglio (per quel poco che ho avuto l'occasione di ascoltarla) questo atteggiamemto di rottura, di frammentazione e di volontà di possedere tutto. parimenti direi che l'arte figurativa subisce il fascino del potere, dell'ideologia, e invade in qualche modo la cultura e la snaturizza. quindi: l'arte figurativa dovrebbe esprimere la cultura di un popolo, invece si trova quasi in contrapposizione ad essa, ripiegata su se stessa in modo cervellotico...quasi psicopatico.
lo vediamo da come ci trattano, da come vogliono convincerci a comprare questo o quello (la reclàme). e questo è il mercato.
esistono poi esperienze di artisti che invece hanno cominciato a guardare la realtà in modo diverso, non partendo dal proprio ombelico, ma vivendo per esempio delle amicizie con cui guardare.
un altro amico mi diceva che una volta il poeta aveva un compito "sociale" e per questo era pagato. si trattava di rendere comprensibile con le parole quello che non si riusciva a capire di quello che succedeva, per cui un semplice tramonto poteva essere descritto come un cielo infuocato questo "rendeva" idea (scusa il banale esempio) e succedeva anche per le cose gravi e profonde, cercando e spiegando in rima, per esempio quale nesso c'è tra la terra ed il cielo. credo cha valga la stessa cosa per l'arte figurativa. prova a guardare qualche quadro di Luca Gastaldo...
sull'altra domanda credo che abbia voluto dire che non esiste più un popolo e che bisogna ripartire rifondandolo, recuperando le radici che lo hanno generato
bye
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Re: La rappresentazione del nulla

Messaggiodi gomez il mer ott 07, 2009 5:47 pm

aggiungo questo articolo apparso su ARTE di maggio.
Qual'è lo stile dell'arte di oggi?[i][/i]

domanda:
studiando storia dell'arte, ne capiamo lo sviluppo attraverso gli stili. nello stile riconosco con quale arte ho a che fare.
ora le chiedo, qual'è il nostro stile.
spesso mi trovo a discutere con i colleghi, perchè io faccio un figurativo, mentre loro un astratto: sono stili diversi,
e questa diversità così accentuata non era riscontrabile nel passato. Quindi se sapessi qual'è il nostro stile sarei anche più sicuro e copnvinto di quello che dipingo.

risposta:
la contemporaneità ha una molteplicità di stili che non possono essere ricondotti a una denominatore comune. Questa è la vera caratteristica estetica del nostro tempo. si parla anche di nomadismo stilistico, per sottolineare la molteplicità che ontraddistingue la nostra arte. Insomma non abbiamo più canoni come accadevi in tempi passati Perchè? Agli inizi gli artisti devono fare i conti con la grande diffusione della scienza che detta nuovi principi anche all'estetica. il mondo si riconosce nel sapere scientifico, non più, come accadeva in passato, nell'are. E ciò comporta l'assenza di un modello, di uno stile, in cui ritrovare nell' espressioe artstica l'identità di un' epoca, di una cultura, di un popolo.

che la scienza detti nuovi principi estetici mi sembra una analisi che sbaraglia e apre a nuovi orizzonti la discussione lanciata da cris, che ne dite?
gomez il bardo...
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Re: La rappresentazione del nulla

Messaggiodi cri il ven nov 13, 2009 10:02 pm

Innanzitutto GRAZIE GOMEZ! :mrgreen:

Ho letto sia l'articolo di Arte che hai ripostato che il tuo intervento precedente.
Chiedo quindi: quale cultura c'è oggi?
Quali le domande, se queste sono le risposte?

Ho visto i quadri di Luca Gesualdo. A parte il giudizio estetico, sicuramente c'è una componente fondamentale comune alle sue opere (perlomeno a quelle che ho potuto vedere QUI): una luce che emerge nel cielo cupo, un "più in là" che si fa visibile.
E' un linguaggio immediatamente riconoscibile, prima di tutto dal cuore ancor prima che con uno studio approfondito.

    "Si definisce arte concettuale qualunque espressione artistica in cui i concetti e le idee espresse siano più importanti del risultato estetico e percettivo dell'opera stessa. "
Ribadisco quindi una cosa che ho scritto anche nel tread sulla mostra “Scritture silenziose” proposta dal Prof: quello che pare mancare è il senso del Mistero nelle cose.
Scienza compresa.
"Se Dio ti chiama, bambina mia, se Dio ha dei progetti su di te, le vie di Dio sono insondabili, e le intenzioni di Dio sono segrete; i progetti di Dio sono eterni, i progetti di Dio sono infiniti, i progetti di Dio sono straordinari; se Dio ti chiama, se Dio ha delle intenzioni su di te, tu non troverai mai riposo, il pane quotidiano del riposo, il riposo come gli altri, il riposo di tutti, il riposo su questa terra".
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