La Cavalcata dei Magi - Benozzo Gozzoli

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La Cavalcata dei Magi - Benozzo Gozzoli

Messaggiodi cri il mar gen 06, 2009 12:26 am

Nel Palazzo Medici Riccardi id Firenze c'è un piccolo gioiello, uno scrgno prezioso che è la cappella privata, interamente affrescata con la Cavalcata dei Magi di Benozzo Gozzoli.

Immagine

La Cavalcata dei Magi di Benozzo Gozzoli 1459

La cappella privata fu realizzata a forma originariamente quadrangolare con una piccola abside sempre a pianta quadrata, senza finestre.

Nelle tre pareti maggiori è raffigurata la Cavalcata dei Magi, il soggetto religioso fa da pretesto per rappresentare il corteo di personalità che arrivò a Firenze da Ferrara in occasione del Concilio del 1438-1439.
Durante questa occasione i Medici ebbero l'onore di presiedere alla riunificazione fra la chiesa latina e quella bizantina, anche se in realtà questo accordo rimase solo sulla carta ed era il tentativo disperato dell'Imperatore di Bisanzio di ottenere aiuto dall'occidente in vista dell'assedio sempre più stretto del Sultano dei turchi Mehmet il Conquistatore alla città di Costantinopoli, che cadde nel 1453 senza alcun vero aiuto da parte del Papa e dei signori occidentali.

QUI e QUI un pò di immagini e di particolari.

A Firenze la festa dell'Epifania è particolarmente sentita e dal 1997 è stata ripresa la Festa dei Magi tradizione che risale al XIV secolo.
Qui di seguito una descrizione dell'evento.

    La festa dei Magi - Firenze
    6 gennaio

    La "festa de’ Magi", come viene definita nei documenti, è uno degli spettacoli di più antica attestazione della Firenze repubblicana, e celebrava il giorno dell’Epifania, il 6 gennaio. Istituita probabilmente verso la fine del Trecento (la prima descrizione nota è del 1390), essa passò, nel secolo successivo, sotto la responsabilità di una confraternita composta da alcuni tra i più facoltosi e onorati cittadini di Firenze, che dalla festa prese probabilmente il nome eleggendola quale propria principale missione.

    Lo spettacolo consisteva in una cavalcata che si snodava lungo un percorso prefissato tra le vie cittadine e che consentiva alle più ricche famiglie mercantili di esibire, per l’occasione, le merci più lussuose e preziose delle case commerciali. Nelle prime due edizioni note della festa (1390 e 1428) il corteo guidato dai Magi muoveva da piazza San Marco (la compagnia aveva sede, infatti, nel locale convento) per raggiungere prima la reggia di Erode, dove i re orientali facevano la loro ambasceria, poi il presepio, dove avveniva l’offerta dei doni a Gesù, e ritornava infine alla sede di partenza; a questo nucleo rappresentativo poteva anche essere aggiunto l’episodio della strage degli innocenti. In queste due edizioni la sede di Erode si trovava, rispettivamente, a San Giovanni e in piazza dei Signori: di volta in volta, cioè, essa veniva spostata per investire i centri cerimoniali del potere ecclesiastico e politico della città.

    Nonostante il contenuto religioso, lo spettacolo aveva un carattere preminentemente araldico-diplomatico che si mantenne costante durante tutto il tempo della sua esistenza, accentuandosi piuttosto nelle periodiche riprese ed assimilando, nelle sue manifestazioni esteriori, le eleganze e le preziosità della cultura tardogotica. L’elemento predominante era quello ostentatorio, che caratterizzava il corteo dei Magi sfilante per le vie cittadine e relegava ad un ruolo subordinato l’azione scenica vera e propria: nessuno dei testi drammatici quattrocenteschi conosciuti si adatta infatti alle descrizioni di questa rappresentazione.

    Proprio lo sfarzo che aveva sempre dominato l’immagine complessiva della celebrazione, e gli echi di una diplomazia regale ed esotica che trasparivano dall’ambasceria dei Magi ad Erode, dovettero contribuire inizialmente a farle ottenere dei finanziamenti comunali, e ad attirarla infine entro l’orbita di influenza dei Medici, fino a qualificarla in toto come una loro proiezione. Dal rientro a Firenze di Cosimo il vecchio nel 1434, dopo la parentesi dell’esilio veneziano, la compagnia responsabile dello spettacolo divenne infatti un centro di incontro della consorteria medicea nel quale si aggregarono via via tutti i più potenti esponenti del clan familiare: nel 1447, anno a partire dal quale la cadenza della celebrazione divenne quinquennale e i finanziamenti del Comune si fecero più ingenti, Cosimo de’ Medici e il figlio Giovanni figurano, infatti, tra i dieci festaiuoli predisposti all’organizzazione della festa.

    L’impulso derivato allo spettacolo dal coinvolgimento mediceo appare in tutta la sua evidenza nell’ultima edizione conosciuta. In una lunga descrizione in latino della fine degli anni ‘60, il teologo domenicano Fra’ Giovanni di Carlo si sofferma infatti su un allestimento particolarmente sontuoso della rappresentazione, probabilmente voluto da Piero de’ Medici dopo un periodo di grave turbolenza politica. Travalicando la localizzazione circoscrizionale che ne aveva contraddistinto la forma originaria, la festa si estese a tutte le zone della città, trasformandola in una nuova Gerusalemme. La reggia di Erode fu innalzata nel ‘giardino’ adiacente il convento di San Marco, diventato ormai da anni un simbolo del mecenatismo mediceo, e assunse le sembianze di un lussuoso palazzo principesco, ornato di arazzi e di addobbi vegetali e floreali, e animato da una quantità di servitori in abiti orientaleggianti che dovevano accogliere, con la dignità confacente alla raffinatezza del luogo e dell’occasione, le ambascerie dei Magi.

    I "temptoria" (le tende) che indicavano gli accampamenti dei tre re erano invece dislocati in zone diverse e distanti della città, per costringere i rispettivi corteggi, affollati di carriaggi carichi di merci preziose, animali selvatici e frotte di donzelli in livrea, a sfoggiare la loro ricchezza, lungo tutte le vie e le piazze percorse in una sorta di simbolica appropriazione del territorio urbano. Ciascun Mago aveva al suo seguito un gran numero di persone, scelte in buona parte tra i giovani esponenti dell’oligarchia, che si presentavano travestiti ed atteggiati secondo i costumi dei loro padri e con i volti coperti da maschere modellate in modo da riprodurne le sembianze, ottenendo un significativo effetto di specularità tra ‘attori’ e spettatori: "Era bello – ricorda Fra’ Giovanni – che i veri cittadini, che erano confluiti presso l’edificio pubblico, si vedessero rappresentati in quelli che avanzavano con tanta pompa e magnificenza da far risaltare in maniera egregia la grandiosità regale e il grandissimo senato della città".


    A questo immaginario principesco e cortese, alimentato in misura determinante dalla festa dei Magi, i Medici scelsero quindi di affidare la propria trasfigurazione vestendo panni regali in numerose opere figurative commissionate ai più affermati pittori fiorentini del Quattrocento: gli affreschi di Benozzo Gozzoli nella cappella di palazzo – destinati alla visione riservata di familiari ed ospiti illustri – e i dipinti su questo tema, opera dei maggiori artisti del periodo quali Sandro Botticelli, Filippo e Filippino Lippi, Domenico Ghirlandaio, o Cosimo Rosselli, conservano infatti una sorta di ‘galleria’ ritrattistica dei Medici e dei loro aderenti e familiari. Tali testimonianze non traducono certamente nel linguaggio figurativo il concreto svolgimento dello spettacolo, ma ne evocano la cifra cortigiana ed esotica, ne richiamano i sontuosi corteggi e restituiscono il gioco di specularità che si creava, nella festa, tra ‘attori’ e ‘pubblico’.

    Dal 1997, in occasione delle celebrazioni del VII centenario della fondazione della Cattedrale, il Capitolo e l'Opera di S.Maria del Fiore hanno ripreso la tradizione della cavalcata dei Magi.

    da Storia di Firenze Il portale per la storia della città
"Se Dio ti chiama, bambina mia, se Dio ha dei progetti su di te, le vie di Dio sono insondabili, e le intenzioni di Dio sono segrete; i progetti di Dio sono eterni, i progetti di Dio sono infiniti, i progetti di Dio sono straordinari; se Dio ti chiama, se Dio ha delle intenzioni su di te, tu non troverai mai riposo, il pane quotidiano del riposo, il riposo come gli altri, il riposo di tutti, il riposo su questa terra".
da Il mistero della vocazione di Giovanna d'Arco di C. Péguy
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