Prefazione alla “Trilogia della frontiera”
Ottobre 25th, 2008 by rickmanfPrefazioneDi Alessandro Baricco Ogni tanto qualche scrittore riesce a cambiare le carte in tavola. A creare nuovi paesaggi. Non si limita a scrivere libri belli. Scrive libri che sono mondi radicalmente inediti. Spalanca la geografia della scrittura. Negli ultimi vent’ anni, di tipi del genere non ne sono mancati: uno è Cormac McCarthy. Se siete pigri o non avete tempo di pensare, potete cavarvela dicendo che è poi sempre un Faulkner rivisitato, e liberarvi dall’incombenza. Ma se vi importa di capire qualcosa, allora leggete McCarthy rimanendo in ascolto; quella musica non la suonava nessuno, prima di lui. Non in quel modo, almeno. La musica di McCarthy è crudele. Miseria, violenza, orrori e tragedia sono il filo con cui tesse le sue storie. Se però immaginate qualcosa di pulp, siete sulla cattiva strada. Qui la violenza è sacra, è un simulacro che si aggira per la terra come un testo biblico che promette apocalissi. Non c’è niente di grottesco, e non c’è niente da ridere; l’ orrore ha la serità di un profeta e non ha mai la futilità del presente: prescrive il futuro. La musica di McCarthy è lenta. I suoi libri aprono un tempo molto particolare, indescrivibile, bisogna provare. Impongono un tempo ( di solito un buon indizio per riconoscere un grande scrittore). Ti rallentano. Sminuzzano l’accadere in una rete di microeventi che sgranano il tempo fino a una lentezza in cui tutto suona solenne e definitivo. Chi non riesce a calarsi in quell’ andatura, chiude il libro e se ne va. Chi si piega, entra in un mondo inedito: che è una delle buone ragioni per aprire un libro, qualsiasi libro. La musica di McCarthy è gelida e scotta. Questa è una vera acrobazia. Qualsiasi narratore cerca il suo cammino in mezzo a quelle due sponde: una freddezza insignificante e inutile, e un’ ipertrofia sentimentale kitsch e truffaldina. Le due sponde sono più vicine di quanto generalmente si pensi. E quel cammino è sovente una sottile striscia di terra su cui è difficile mantenere l’ equilibrio necessario. McCarthy ha inventato una traiettoria geniale che avvicina all’ stremo le due sponde, fino a farle fondere una nell’altra. Apparentemente molto freddi, i suoi libri sono in realtà di un’ intensità ossessiva. Ci potete trovare uno sguardo che impassibile registra eruzioni spettacolari e una pagina dopo cartoline sentimentali che in qualsiasi altro libro suonerebbero deplorevoli. C’è qualcosa nella sua scrittura che ricorda l’autorità che hanno le pietre. Come un’ umanità pietrificata. Passato che è diventato terra, indurito dal tempo, ma non ucciso. Memoria fossile. Scrittura nel senso più alto, e carismatico, e sacro. Non che gli riesca sempre, è ovvio. Ma spesso. E vedere accadere una cosa del genere è uno spettacolo. La musica di McCarthy è furba. Nel senso che tecnicamente è molto sofisticata. Ma usa trucchi inediti, e dunque in gran parte invisibili. Nasconde con enorme abilità i dialoghi nella voce del narratore; usa sovente lo spagnolo (quasi tutte le sue storie vagolano, anche linguisticamente, intorno al confine tra Stati Uniti e Messico) ottenendo zone di semi-incomprensibilità che danno un bellissimo ritmo sincopato alla narrazione; adotta l’orizzonte epico del western, spostandolo però fuori dalla tradizione del genere, riuscendo così a conservarne la forza ma ad annullarne il tratto ideologico e truffaldino; “scarica” con grande abilità tutti i passaggi forti della narrazione nascondendoli, circondandoli di gelidi ammortizzatori, disegnandoli obliqui tra le righe di una trama geometrica e impassibile: Tecnica pura. Ma fusa nel corpo della narrazione, e pressoché invisibile. Ci puoi ragionare dopo aver letto. Ma mentre leggi, subisci e basta. Un bel modello per chi si interroga sul ruolo della tecnica pura nel gesto dello scrittore. La musica di McCarthy suona una sola canzone e sempre quella. Racconta di gente che con pazienza infinita cerca di rimettere a posto il mondo. Di riportare le cose dove dovrebbero stare. Di correggere le impurità del destino. Che sia una lupa, o dei cavalli rubati, o un cadavere, o un bambino perduto: quello che fanno è cercare di riportarli al loro posto. E non c’è spazio per la ragionevolezza o il buon senso: è un istinto che non conosce limiti, un’ ossessione incurabile. Se occorre la violenza, si usa la violenza. Se bisogna morire, si muore. Con la ferocia e l’ ottusa determinazione di un giudice che deve riequilibrare i torti della sorte, gli eroi di McCarhy vivono per ricomporre il quadro sfigurato del mondo. Il reale è una Ferita, e loro ne cercano i lembi, e inseguono la saggezza che saprebbe riunirli nella salvezza di qualche cicatrice. Immaginare quel gesto, già è un viaggio. Raccontarlo, questo è quel che riesce a McCarthy.
Hello world!
Ottobre 17th, 2008 by rickmanfBenvenuto in www.crossing.it. Questo è il tuo primo post. Puoi modificarlo o cancellarlo, quindi iniziare con il tuo blog!